
Il mio carissimo Amico Franceso P.,
nato il 26 dicembre 1926 e quindi molto più grande di me e che io conobbi nel
1971, quando io avevo diciannoveanni, nel 1942, ritenuto idoneo psicologicamente e
fisicamente, venne ammesso al Collegio Aeronautico che allora si trovava a
Forlì. Nell’estate del ’43 aveva appena inziziato a fare i primi voli con gli
alianti, come allora si usava per gli allievi piloti, quando scoppiò la boma
dell’Armistizio.
Che fare? Di rientrare a casa sua
ovviamente neppure se ne parlava, qualsiasi comunicazione era inerrotta.
“Eravano tutti imbevuti di un certo tipo
di retorica fascista...” ebbe a dirmi una volta per cui, come molti altri,
scelse di aderire alla R.S.I. e si arruolò nell G.N.R., dove fece tutto il
resto del conflitto, avendo come suo commilitone l’on Pino Rauti, anche lui
nato nel 1926 e quindi della stessa classe di Leva.
L’esperienza bellica , della quale mi
raccontò solo pochissimi episodi e solo per sommi capi, fu terribile.
“Facemmo una marcia ininterrotta di quasi settandadue ore sotto una
pioggia fittissima”
ebbe a dirmi una volta ”e alla fine ci
venne dato l’ordine di fermarci sulla sponda di un torrente. Ero così stremato
che nonn ebbi neppure la forza per sdraiarmi: mi sedetti e mi addormentai di
colpo abbracciato al mitra. Mi svegliai di soprassalto solo quando l’acqua del
torrente, che si era gonfiato per la pioggia, iniziò a lambirmi il naso.”
I rapporti con i c.d. “camerati”
germanici erano pessimi.
“Mi venne ordinato di raggiungere una
postazione lontana diversi km” mi racconto “ero solo e, benché fossi armato sino ai denti con mitra, pistola e
pugnale, la situazione era oltremodo pericolosa.
Vidi un camion tedesco che procedeva nella mia direzione, gli feci un cenno e
accennò a fermarsi.
Il camion non si fermò neppure del tutto, feci un salto sul predellino
afferrandomi con la mano sinistra ad un tubo a fianco della portiera.
Il tutto si svolse in una frazione di secondo.
Il camion si riavviò immediatamenta ad alta velocità e soldato tedesco che
sedeva a fianco all’autista si alzò e, sghignazzando, fece per darmi un calcio
in faccia.
Con la forza della disperazione, se fossi caduto dal camion mi sarei
scempiato a quella velocità, riuscii ad armare l’ottutatore del mitra con la
sola mano destra e a puntarglielo contro. Il calcio si fermò a mezz’aria e lo
sghignazzo si trasformò in terrore. Per tutto il viaggio gli tenni in mitra
pronto a sparare puntato contro e, arrivato alla mia destinazione scesi, sempre
con il mitra puntato.”
Ottimi rapporti tra “camerati”, non
c’è che dire.
“Il 25 aprile mi trovavo a Milano e, in caserma, il nostro Tenente ci
disse che la guerra era ormai perduta e ci diede l’ordine di di ‘rompere le
righe’.
Ma io non mi volevo rassegnare ad una fine così ingloriosa e, saputo che si
stava radunanado un’autocolonna con l’idea di raggiungere la Valtellina per
oganizzare un’ultima difesa tanto disperata quanto inutile mi recai in in
Piazza Duomo.
C’erano decine di militari, alcune dozzine di camion ma la mia attenzione venne
attratta da tre camion, tre di numero, che erano strattamente addossati a un
muro ed erano circondati negli altri lati da cavalli di Frisia con filo spinato
e protetti da tre mitragliagliatrici pesanti. Perché questi camion erano così ben
difesi mentre tutti gli altri erano in giro per la Piazza? Che cosa c’era
dentro? Io quei camion li ho visti con i miei occhi.
Mentre pensavo così incontrai il mio Tenente, che si infuriò malamente. ‘Tu sei
troppo giovane per morire’ mi urlò contro prendendomi a sberle e congedandomi
con due poderosi calci nel didietro, ‘vattene immediatamente e se ti vedo di
nuovo avrai il resto.”
Il Tenente mori poco dopo nei fatti della ‘colonna Pavolini’.
A guerra finita riuscì a tornare a
casa in maniera fortunosa.
Procuratosi degli abiti civili si mise in cammino, in parte a piedi
e, quando gli andava bene, con qualche passaggio in uno dei rari camion che
andavano verso il Sud, sino a quando si ritrovò verso l’imbrunire al passo
della Cisa.
“Mi fermai in un casolare diroccato a fianco della strada” mi raccontò “ e mi attrezzai per ripararmi e passare la notte. Dopo le mie
esperienze belliche , questo era il minore dei miei problemi.
Sulla strata passavano continuamente enormi cannoni americani a sei ruote
trainati da camion altrettanto enormi in una colonno ininterrotta, di cui non
conoscevo minimamente l’esistenza, ma ero stanchissimo e non tardai ad
addormentarmi.”
“La
mattina, al risveglio, i cannoni e i camion continuavano a passare,
ininterrottamente.
Fui colto da un terrore irrefrenabile, mai provato in tutte le pericolose
situazioni durante la guerra: ‘Se tutti questi cannoni ci avessero sparato
contro un colpo ciascuno, uno solo, saremmo stati polverizzati all’istante. Perché
hanno impiegato così tanto tempo?”
Arrivò finalmente a Civitavecchia dove,
ma guarda i casi della vita! incontro il suo Professore di Religione del Liceo,
che coordinava gli imbarchi dei reduci che cercavano di rientrare in Sardegna. (Potenza
del Vaticano, come al solito...)
Riabbracciati i genitori, dopo pochi
mesi ebbe seri malesseri e la diagnosi medica fu devastante: “Spondilartrite anchilopoietica”,
malattia della quale a tutt’oggi non esiste una cura definitiva.
Nella enorme sfortuna capitatagli,
ebbe perlomeno il piccolo vantaggio di essere nato in una famiglia benestante
per cui, nonostante dovesse vivere la sua esistenza tra un letto e una
poltrona, non gli mancarono i mezzi per vivere.
Trascorreva la sua esistenza
acquistando libri, giornali e riviste su argomenti di storia e politica, che
spesso mi passava e su cui, bontà sua, discutevamo.
Ad esempio, possedeva, sin dal primo
numero e sinché uscì, tutti i numeri di “O.P. Osservatore politico”, la rivista
di Mino Pecorelli. “Leggi..” mi
diceva “...questo non è linguaggio giornalistico,
questo è il linguaggio dei “Servizi”: evidentemente qualcuino lì dentro ha
l’interesse che certe cose saltino fuori...”
Ma che c’entra tutto questo con il
“Governo dei Generali”?
Nei primissimi anni '70 stavamo
parlando del c.d. “Golpe Borghese”. Si mise a ridere e mi disse testualmente,
con una delle sue divertendti “boutades”:
“…figurati se uno con la mia storia personale si spaventa per un ‘Governo
di Generali’. Quello che mi terrorizza veramente, per quello che ho avuto modo
di vedere nella mia vita, è un “Governo di Generali italiani.”
Alla luce di quanto sta accadendo in
questi giorni, con Generali che formano partiti politici come se fossere A,S.D.
(Associazioni Sportive Dilettantistiche) mi trovo totalmente d’accordo con lui.
Nella foto, i cannoni visti dal mio
Amico Francesco al Passo della Cisa. Fantascienza per noi, nel 1945. Foto Wiki.